Club Alpino Italiano - Sezione di FOGGIA
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Sabato 7 febbraio 2026

Lungo la VALLE DEL FORTORE - il Diavolo di Tufara e le maschere apotropaiche

intersezionale con il CAI di Campobasso
DESCRIZIONE DEL TERRITORIO

I Monti Dauni sono una delle più suggestive e caratteristiche aree geografiche della Puglia, coronati da borghi che sono autentici scrigni di secoli di storia, d'arte e tradizioni. Più di un terzo del polmone verde pugliese è sulle alture dell’Appennino Dauno che forniscono per intero le risorse idriche necessarie alla provincia di Foggia. I fiumi, i laghi, le riserve faunistiche dei Monti Dauni rappresentano un unicum ambientale preziosissimo, un vero e proprio giacimento di biodiversità da salvaguardare e da promuovere. I Monti Dauni si trovano a Nord Ovest della Puglia, in provincia di Foggia e fanno parte della dorsale appenninica italiana sono in posizione dominante rispetto al Tavoliere di Puglia. In questo caso siamo in una zona di confine al bordo del Fiume Fortore, importantissimo per alimentare il Lago di Occhito che è riserva fondamentale della riserva d’acqua della “siticulosa” Capitanata.

Tufara
Il suo territorio, al confine con Puglia e Campania, si estende per circa 35 km² dal fondovalle del Fortore (240 m s.l.m.) sino alla località Bosco Pianella (1020 m s.l.m.). A oriente i confini del territorio comunale superano il corso del Fortore così da inglobare un piccolo settore dei monti della Daunia. Il territorio, in prevalenza collinare, è coperto da boschi che lasciano ampi spazi ai campi di cereali a alle piantagioni di ulivi. Il centro del paese sorge su una rupe di tufo ed è sovrastato dal castello e dal campanile della chiesa madre.

 

Storia

Le origini risalirebbero al X secolo, quando è citato come Roccia Tufacea, nei registri angioini del 1320 viene annoverato come Topharia. Nel 1299 era feudo di questa dinastia, quando Guglielmo di Marzano, signore del castello sotto gli Angiò, si sposò con Isabella di Gesualdo, assegnò a lei il castello per costituzione di pegno della dote ricevuta, e il casale di Monterotaro nella Capitanata. La famiglia di Marzano si estinse nel XV secolo, durante le lotte di potere tra i Durazzeschi e gli Angiò; l'area fu ceduta alla famiglia della contea di Gambatesa, comitale di Campobasso, e i Gambatesa furono signori sino al 1465, quando Tufara fu incamerata nel demanio. Nello stesso anno va in feudo a Giovanni della Candida per volere di Ferrante I di Napoli. Giovanni muore nel 1494, lasciando tre figlie: Lucrezia, Eleonora, Beatrice; con Eleonora legittima erede, che sposando Buffillo Crispano, alla sua morte fece passare il castello ai Crispano di Laterza, e quindi ai Monforte di Fragneto. Nel 1629 Dianora Crispano alienò il feudo che passo ai Caracciolo, principi di Avellino, quindi ai Carafa ed ai Pignatelli sino al 1806, quando Tufara divenne prima frazione di Colletorto, e poi divenne municipio.

 

Castello

Costruzione di origine longobarda, si trova su un rialzo tufaceo in pieno centro storico, in posizione strategica per il controllo del territorio. A pianta quadrangolare, piuttosto piccolo, venne ampliato fino a quando, nel XVI secolo, assunse un aspetto irregolare "a fagiolo", passando da fortezza a dimora gentilizia. I resti di un recinto ligneo attestano l'origine longobarda del complesso edificio che assunse le forme di fortilizio grazie ai Normanni. Il castello fu distrutto per ordine di Federico II di Svevia nel 1220. A seguito della ristrutturazione la cortina muraria venne allungata nel 1330 e nel 1500. Tra il XVI e XVII secolo la struttura fu adattata a nuove esigenze difensive e assunse, la forma visibile oggi. All'interno, tra vari ambienti, restaurati a partire dagli anni Ottanta, risulta particolarmente interessante l'aula rettangolare coperta con volta a botte che presenta 17 nicchie poste a distanza regolare l'una dall'altra: un dormitorio o forse una sala d'armi. I lavori di restauro hanno portato alla luce dieci cisterne di cui era dotata la fortezza. L'esterno mostra i caratteri medievali di torri rompitratta inframmezzate alla cortina, decorate sulla sommità da un camminatoio merlato, e feritoie sul piano oltre un grande portone di accesso.

 

Chiesa dei Santi Pietro e Paolo

Di impianto romanico, con una facciata semplice, adornata da un bel portale. Vi si accede salendo una piccola scalinata, che si trova nell’attuale Piazza Garibaldi. Tre lapidi documentano le visite del Cardinale Orsini (1695-1696 e 1701) in occasione della consacrazione degli altari. La Chiesa è stata restaurata in epoche diverse e vanno menzionati i restauri del periodo gotico, visibili dai portali, e quelli barocchi, realizzati tra il 1727 e il 1740, dei quali si conservano gli stucchi. Molto bello è anche il portale laterale con il suo arco a sesto acuto tutto in pietra e lavorato in bassorilievo. L’interno, a tre navate, restaurato nel XVIII secolo, si presenta con i classici stili del tardo barocco e conserva un bellissimo altare. La Chiesa, grazie ai recenti lavori, è tornata alla sua antica bellezza e fa da contrappunto al castello situato sul lato opposto della piazza. Nella Chiesa è situata la statua del Beato Giovanni, vestito come i monaci agostiniani che, in occasione delle feste, è ricoperta dagli ori donati dai fedeli. In un armadio a muro, in fondo alla Chiesa è conservata la reliquia del Beato. Interessante è il fonte battesimale in pietra bianca dove venne battezzato San Giovanni.

 

Chiesa di San Giovanni da Tufara

Casa natale del santo Giovanni da Tufara, fu trasformata alla sua morte in luogo di culto. Vi si conserva il quadro con l'effigie del beato che ha sostituito il precedente patrono di Tufara San Vittore. Presso la casa si trova un cortile recintato con un pozzo d'acqua ritenuta miracolosa: con quest'acqua si preparano le "panelle", cibo devozionale che si consuma nei giorni di festa del 12-13-14 novembre. il Carnevale di Tufara e le maschere apotropaiche. Le maschere apotropaiche sono figurazioni espressione della cultura dei popoli mediterranei. Infatti era tradizione di molti popoli celebrare riti con esibizioni di persone pesantemente mascherate. Queste maschere rivestivano un ruolo molto importante nella cultura del tempo e si credeva avessero degli effetti magici. I simboli apotropaici sono segni, oggetti o figure (come occhi, maschere, animali, mani, falli) usati per allontanare il male, gli spiriti maligni, gli influssi negativi e la sfortuna, proteggendo persone, luoghi o cose, derivando dal greco "apotropaios" (che allontana il male); sono diffusi in varie culture dall'antichità, spesso integrati in gioielli (amuleti, anelli), decorazioni architettoniche (gargoyle, mascheroni) o formule magiche, e mantengono rilevanza nel folklore e nella psicologia per meccanismi di protezione. Le mascherature apotropaiche compaiono a Tufara nella tradizionale ricorrenza del carnevale: occasione in cui allo scandire del Mezzogiorno della campana della chiesa parrocchiale viene avviata la festa, salutata dai paesani con l'esibizione di un asino rivestito di stracci, condotto da persone camuffate da pagliacci, che intonano le "maitunate", stornelli tipici molisani, con battute di scherno e satira verso la gente, la politica e gli amori. La tradizionale maschera è la figura apotropaica del "Diavolo", che pare derivare da riti sannitici, in cui si rappresentava la passione e la morte di Dioniso, dio della vegetazione, della vite e dell'ebbrezza. Dioniso è venerato come mito della Fenice, che muore e risorge, solo che il veicolo è la vegetazione, e viene rappresentato da una maschera zoomorfa, un mostro che indossa sette pelli di capra (il Diavolo) cucite addosso, quasi a voler rievocare il rito di smembramento che Dioniso praticava con le Menadi danzanti in preda all'euforia. Il Diavolo secondo la leggenda tufarese viene trattenuto nei suoi eccessi da catene dai Folletti, suoi guardiani, e gira per le strade di Tufara, salta, cade, si rotola, corre, cercando di sedurre le ragazze per iniziarle ai suoi eccessi. Seconda maschera è la Morte, che veste di bianco con il volto sporco di farina, precede il Diavolo, ruota delle falci nelle mani, simbolo distruttore-purificatore, a differenza dell'istinto bestiale del Diavolo. Porta con sé una capra, in funzione di elemento espiatorio che assume le colpe della comunità, per riportare l'equilibrio nella natura. La terza maschera è il Simulacro, ossia un fantoccio di paglia. Alla fine della cerimonia questo pupazzo viene processato e condannato dalla giuria con i tipici motti e sberleffi delle "maitunate" nonostante gli appelli comici della Mamma e del Padre per salvarlo. La sua condanna permette alla Madre Parca, ossia la Morte, con il filo del destino, cioè la conocchia e il fuso dell'arcolaio, di preparare un neonato, portato nella culla dal Padre, che servirà l'anno seguente per ripercorrere il rito della condanna e della morte del Carnevale.

 

IL PERCORSO

itinerario ad anello che raccorda il Sentiero Italia (n.510_Q2, tratto che da Tufara muove verso Bosco Mazzocca) con il sentiero n.503 (che dal Tratturo Regio Castel Di Sangro-Lucera e il fiume Fortore reca a Tufara). Dalla Piazza Mazzini (posta a m.498) si seguono a SUD i segnavia del S.I. (n.510_Q2) che scendono lungo la carrozzabile di Via Regina Elena verso il T. Teverone. Dopo circa 0,9km si passa leggermente a monte del Pozzo di San Giovanni (m. 396), raggiungibile con brevissima deviazione, santo patrono della intera Val Fortore. Proseguendo, dopo circa 0,1 km, si lascia il S.I. per volgere a SN (m.408) ad imboccare il battuto che scende a superare il torrente Teverone (m.3 92; subTot. 1,12km) per poi iniziare la lenta risalita del Vallone di Macchialonga sino all’intersezione con la dorsale della C.da Pianella (m.693; +301m; subTot. 2,94km). Si volta sinistra seguendo in discesa la dorsale che passa prima per Toppo di Rocco (m.654) e dopo per Toppo Mastotonno (m. 618). Dopo circa 0,5km (m.569) con piccola deviazione (circa 0,3km) è raggiungibile a sinistra la Fontana del Lago (m.499). Dopo essere transitati dinanzi alla Masseria Di Cosimo (m.470), sempre lungo la dorsale, si interseca dopo altri 0,7 km il sentiero n.503 (m. 351; subTot. 6,17km) che proviene dal Regio Tratturo Castel Di Sangro-Lucera e il fiume Fortore verso Tufara.

Si volta a SN per tracce (prima) e poi in chiaro per la strada comunale che scende a Ponte S. Angelo (m. 284; subTot. 7,04km) per poi iniziare la risalita a centro abitato, intercettando prima la SP 114 (m.344) per poi lambirla alla sua DX lungo un costone che reca in breve alla Piazza Mazzini di Tufara (m. 468; Tot. 8,5 km).

 
Caerografia
 
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